Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare, Luis Sepúlveda

Ho trascorso la giornata di ieri e in parte quella di oggi a rileggere Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare: ricordo me, seduta sul tappeto, lungo il corridoio della casa in cui ho trascorso la mia infanzia, a leggerlo. Di fronte un appendiabiti di quelli che si estendono lungo il muro, aperto e antico: ce lo abbiamo ancora, in una casa diversa, com’è diverso il posto che oggi scelgo dove leggere. Chissà perché da piccolina mi mettevo lì, lo facevo anche per giocare: probabilmente era la parte della casa più spaziosa.
A questo perché non sono stata capace di rispondere però ho pensato di poter rispondere a un altro perché: oltre al fatto di essere uno dei primi libri da me letti, attraverso il quale ho poi conosciuto anche la saga di Harry Potter, pubblicizzata alla fine del libro, perché sono affezionata a questa storia?
Per rispondere prendo il libro, me lo giro e rigiro tra le mani: ha la sovraccoperta con l’immagine del film, visto alle elementari, al cinema, motivo per il quale chiesi a mio padre di acquistarlo. Dietro, il prezzo riportato in lire, lo apro: prima edizione agosto 1996, la mia gennaio 1999, il mese del mio ottavo compleanno. Me l’avranno regalato per quell’occasione? Avevo imparato a leggere da soltanto due anni (ho frequentato la primina).
Sepúlveda dedica il suo libro ai suoi figli e a un gatto realmente esistito, Zorba, loro compagno e protagonista del libro, insieme alla gabbianella Fortunata.
Rileggendo questo romanzo ho cercato di cogliere ciò che da bambina sicuramente non avevo colto: per esempio, la gabbiana Kengah, madre di Fortunata, già a pagina 10 commenta la difficoltà di noi esseri umani nel comunicare, a causa dei nostri diversi modi di parlare anche se, straordinariamente, ogni tanto riusciamo a capirci.
A pagina 15 il ragazzo padrone di Zorba indica a questo una nave proveniente dalla Liberia, “un paese molto interessante perché è stato fondato da persone che una volta erano schiave”.
Ci sono state delle immagini inoltre di cui mi sono ricordata e che da bambina mi avevano impressionato come quella di Zorba cucciolo che invitava i suoi fratellini a smettere di succhiare la loro povera mamma e gli invitava a mangiare il pesce.
Ma nessuna immagine è stata impressionante tanto quella della sofferenza di Kengah nel non riuscire a rispiccare il volo a causa del petrolio, che aveva appiccicato l’una con l’altra le sue piume.

– Per l’inchiostro del calamaro! Accadono cose terribili nel mare. A volte mi chiedo se certi umani sono impazziti, perché tentano di trasformare l’oceano in un enorme immondezzaio […] Abbiamo tirato fuori bidoni di insetticida, pneumatici e tonnellate di quelle maledette bottiglie di plastica che gli umani abbandonano sulle spiagge – spiegò stizzito Sopravento.
– Terribile! Terribile! Se le cose vanno avanti così, tra pochissimo tempo la parola inquinamento occuperà tutto il nono volume, lettera I, dell’enciclopedia – aggiunse indignato Diderot.

Era il 1996 e Luis Sepúlveda stava già cercando di porre la nostra attenzione sull’inquinamento e sulla sopraffazione dell’essere umano nei confronti degli animali:

– Miagolare l’idioma degli umani è tabù. Così recitava la legge dei gatti, e non perché loro non avessero interesse a comunicare. Il grosso rischio era nella risposta che avrebbero dato gli umani. Cosa avrebbero fatto con un gatto parlante? Sicuramente lo avrebbero rinchiuso in una gabbia per sottoporlo a ogni genere di stupidi esami, perché in genere gli umani sono incapaci di accettare che un essere diverso da loro li capisca e cerchi di farsi capire. I gatti sapevano, per esempio, della triste sorte dei delfini, che si erano comportati in modo intelligente con gli umani e così erano stati condannati a fare i pagliacci negli spettacolo acquatici. E sapevano anche delle umiliazioni a cui gli umani sottopongono qualsiasi animale che si mostri intelligente e ricettivo con loro. Per esempio i  leoni, i grandi felini, obbligati a vivere dietro le sbarre e a vedersi infilare tra le fauci la testa di un cretino; o i pappagalli, chiusi in gabbia a ripetere sciocchezze. Perciò miagolare nel linguaggio degli umani era un grandissimo rischio per i gatti.

Mi sono poi ricordata di un personaggio che da piccola mi ispirava simpatia: Diderot, il gatto enciclopedico. Diderot vive in un emporio grande quanto tre case e pieno di oggetti accumulati dal suo padrone Harry durante i suoi viaggi per il mare: è un gatto che mi ispirava simpatia probabilmente perché affidava le risposte dei suoi dubbi e dell’intera comitiva all’enciclopedia, un oggetto così affascinante!
Ulteriore prova poi della sua saggezza era il suo affidarsi al tempo:

– Bene, caro guaglione, hai tenuto fede alla prima promessa e stai mantenendo la seconda, ti resta solo la terza – dichiarò Colonnello. 
– La più facile: insegnargli a volare – miagolò Zorba ironico.
– Ci riusciremo. Sto consultando l’enciclopedia, ma il sapere richiede il suo tempo – assicurò Diderot. 
– Mamma! Ho fame! – li interruppe il piccolo. 

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