Doppie punte, Michele Lamacchia

il

“Il pregiudizio è il capello lungo da drogato,
o da figlio dei fiori.
O, come diceva Erica, da ricchione.

Io comunque volevo vedere,
per poter credere.
La mia fede è solo in quello che si vede.”

Non so se Michele, autore di Doppie punte e mio amico, sarà felice del fatto che io abbia scelto proprio il 17 maggio per scrivere il mio parere riguardo a una lettura non più recente ma sempre presente in questi miei giorni, visto l’impegno di cui mi ha gravata nel portarmi in giro per le librerie della mia città a presentarlo.

In ogni caso, in questo momento, da un’ora circa, avrà iniziato la sua presentazione a Laterzagorà di Napoli: mi ha invitata a partecipare due giorni prima con lui, capito? E va bene che sono precaria ma mollare così, di punto in bianco, anche solo per un giorno, le mie faccende, mi sembra poco maturo.

Allora mi vendico, scrivendo queste quattro righe e dando finalmente il mio parere, oggettivo, da lettrice, alla storia di Piero.

Sulla trama, di qualsiasi libro si tratti, non mi piace soffermarmi: non è un film, non mi interessa incuriosire né convincere le persone a leggere.

Quello che mi piace però, o almeno ci provo, è trasmettere. Ecco cosa mi ha trasmesso Doppie punte: è incredibilmente e tristemente facile cadere nel pregiudizio, nei confronti di qualsiasi cosa.

Vi invito a pensarci con me: la mattina, se non ho dormito bene, già mi sveglio storta e incazzata con il mondo intero, con mio padre, poverino, che dolcemente era entrato nella stanza per darmi il buongiorno.

Proseguendo il faticoso processo di rendermi presentabile alla società, dalla finestra noto che fuori c’è vento: penso che farà freddo. E invece esco di casa e arrivo a destinazione già puzzolente.

Facendo un passo indietro, Whatsapp alle 10 di mattina si è già intasato di messaggi che affrontano le seguenti e vitali tematiche:
– il Twiga dice addio a Otranto;
– gif con busta da lettere che si apre e da cui esce una cartolina con la scritta Bonjour, con sfondo azzurro, nuvola pannosa e degli uccelini leggiadri che si posano su una margherita gigante;
– foto dell’oroscopo del giorno con successivi ringraziamenti, in bocca al lupo e in culo alla balena;
– noiosi e vari pettegolezzi;
– quotidiana foto fallocentrica;
– congratulazioni per il sopradetto ostacolo per il quale si era augurata buona fortuna;
– bacino di babbo nonostante non me lo meritassi.

Cosa centra questo excursus su Whatsapp e il pregiudizio?

Semplice! Qui la vittima sono io nel dare l’impressione che tutto ciò mi interessi, a parte il bacino di babbo.

A questo punto della recensione, ci avrei piazzato una citazione ma ho prestato il mio libro ad Arianna: Arianna, fa come se ti avessi donato un rene. Ridammelo pero’.

Andiamo al dunque.

Perché leggere il libro di Michele?

Perché è casa: se sei del Sud, altrimenti leggilo pure, avrai materiale per considerarci ancora più strani.
Perché è verità: anch’io, da piccolina, come Piero, pensavo che i santi Cosma e Damiano fossero moglie e marito.
Perché è divertente: tutte le volte che Piero si è beccato una sberla dal papà, dalla mamma e dalla nonna, io mi scasciavo. Lo so, sono una persona malata (cit. Dostoevskij).
Perché è storia: quegli anni, seppur lontani, durante la lettura mi si sono appiccicati. Sul naso, sulle braccia, sulle mani. Dappertutto.
Perché è scoperta: di qualcosa che non hai mai considerato diverso, perché umano, ma da cui sei sempre stata lontana, senza volerlo. Sapete, i tabu’, queste domande non si fanno, queste cose non si dicono, questi pensieri non si fanno.

E sarei tanto voluta esserci prima, oltre che adesso, ad accompagnare lo scrittore nello sporcarsi le mani, affinché questa storia potesse risultare autentica.

E ci sei riuscito, Michè.

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