Pastorale americana, Philip Roth

“Ecco un uomo che non è stato programmato per avere sfortuna, e ancora meno per l’impossibile. Ma chi è pronto ad affrontare l’impossibile che sta per verificarsi? Chi è pronto ad affrontare la tragedia e l’incomprensibilità del dolore? Nessuno. La tragedia dell’uomo impreparato alla tragedia: cioè la tragedia di tutti.”

Seymour Levov, lo Svedese, è un mito: brillava nel football, basket e baseball da ragazzo. Cresciuto in una fabbrica di guanti, sposa Miss New Jersey, vivendo con lei in una bella casa.

“Era incatenato alla storia, era uno strumento della storia…”

Intriso del sogno americano e desideroso di farne parte, lo Svedese smussa gli angoli della sua vita, eliminandone ogni distonia, rifuggendo dalle sbavature: ma la Storia non è qualcosa di preciso e nitido, non è mai ordine e prosperità, né si può governare.

“[…] c’era tutto un lato della sua personalità che lo Svedese nascondeva, o questa cosa era ancora in embrione, o, più verosimilmente, mancava.”

La narrazione di Philip Roth non si riesce a dimenticare: ora inarrestabile flusso di coscienza, ora parodia incredibile, ora trattato filosofico, ora amara riflessione sulla vita e ancora dramma, elegia, grottesco.
In un gioco di specchi, tutti ci riconosciamo: troviamo tratti, fisionomie, comportamenti, attese e mistificazioni che conosciamo. Mascheramenti funebri che il destino indossa per far crollare le nostre certezze, le nostre passioni, la nostra dedizione: il lato oscuro.
In Pastorale americana pagine all’apparenza lontane, rivelano preziosi intrecci che si disfano e si ricompongono, senza tregua né assoluzione e con un senso che quando pensi di averlo afferrato è già volato via, lasciandoti silenzioso e interdetto.

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