Poesie, Cesare Pavese

“Un profumo di terra e di vento ci avvolge nel buio,
qualche lume in distanza: cascine, automobili

che si sentono appena; e io penso alla forza
che mi ha reso quest’uomo, strappandolo al mare,
alle terre lontane, al silenzio che dura.”

Datata 7-14 settembre 1930, I mari del sud è considerata da Cesare Pavese l’inizio della sua opera creativa valida: è evidente infatti il distacco dal precedente lirismo di sfogo e di scavo per un’opera di maggiore mole concepita con un solo respiro.
È di quell’anno la tesi di laurea su Walt Withman la cui influenza, assieme alla lettura di altri poeti americani, prende consistenza con l’idea di poesia-racconto e mette il poeta in contatto con una realtà culturale in male crescita, avvicinandolo a una migliore esperienza umana.

“Stupefatto del mondo mi giunse un’età
che tiravo dei pugni nell’aria e piangevo da solo.

Ascoltare i discorsi di uomini e donne
non sapendo rispondere, è poca allegria.
Ma anche questa è passata: non sono più solo
e, se non so rispondere, so farne a meno.
Ho trovato compagni trovando me stesso.”

Se Le maestrine, Donne perdute, Canzone e Il vino triste appaiono ancora strutturalmente e concettualmente immature, Antenati è la poesia tra le meglio rappresentative di Pavese, l’uscita definitiva dal dialettismo scoperto al fianco del volgare americano durante i suoi studi.
Al ritorno dal confino però, la vena poetica di Pavese entra in crisi: a questo periodo corrispondono le Poesie del disamore.

“Non c’è voce che rompe il silenzio dell’acqua
sotto l’alba. E nemmeno qualcosa trasale 
sotto il cielo. C’è solo un tepore che scioglie le stelle.
Fa tremare sentire il mattino che vibra
tutto vergine, quasi nessuno di noi fosse sveglio.”

Crisi creativa contemporanea a una crisi amorosa e poetica: “Capitò che un giorno, volendo fare una poesia su un eremita, da me immaginato, dove si rappresentassero i motivi e i modi della conversione, non riuscivo a cavarmela e, a forza d’interminabili cincischiature ritorni pentimenti ghigni e ansietà, misi invece insieme un Paesaggio […] avevo scoperto l’immagine.”
Vuol dire che Pavese narra del rapporto fantastico tra eremita e paesaggio (tra ragazze e vegetazione, tra visitatori e villani, tra alto e basso), contemplandolo come un tutto significativo, creato dalla fantasia: esso è argomento del racconto.
E nella possibilità di questo sviluppo infinito, il suo discorso si mantiene sempre diretto e oggettivo: le immagini, parti costitutive di una realtà fantastica, si arricchiscono sempre più di sottintesi, di mezze tinte e rischi vituosistici sempre tenendo fede al principio della sobrietà e della narrazione che va tuttavia complicandosi e ramificandosi in un atmosfera rarefatta.
Atmosfera che nei versi scritti tra l’ottobre e il dicembre 1945 diventa di mitologia mediterranea: il gruppo di poesie La terra e la morte, che si distacca dalla produzione poetica dei cinque anni precedenti, è il più intenso.

“Anche tu sei l’amore.
Sei di sangue e di terra

come gli altri. Cammini 
come chi non si stacca
dalla porta di casa.
Guardi come chi attende

e non vede. Sei terra
che dolora e che tace.
Hai sussulti e stanchezze,
hai parole – cammini
in attesa. L’amore
è il tuo sangue – non altro.

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