Racconti di Pietroburgo, Nikolaj Gogol’

“Ma di lunga durata non v’ha nulla al mondo, e anche la gioia, nell’istante che segue al primo, già non è più tanto viva; al terzo istante diventa ancor più debole, e da ultimo insensibilmente si fonde col nostro stato d’animo abituale, così come sull’acqua il cerchio generato dalla caduta di un sasso si fonde, da ultimo, colla liscia superficie.”

É necessario saper vincere il senso di squallore, di noia e di ribrezzo, le incongruenze, i costrutti faticosi e le ridondanze che inducono nell’animo la lettura dei Racconti di Pietroburgo di Nikolaj Gogol’. Ma da questa si potrà essere largamente ricompensati: potrà essere edificante e  potrà arricchire il proprio spirito di una nuova dimensione.

“Fatti assurdi avvengono in questo mondo, da cui talvolta ogni verosimiglianza è bandita.”

Questi racconti infatti corrispondono a una fase di crisi di Gogol’: sono dominati dal freddo, rispecchiano la sua disperazione, impotenza e inadattabilità all’assurdo e vuoto mondo degli uomini. Un mondo che perennemente gli sfugge e che viene sostituito da un’altra più terribile realtà: quella dei morti e dei fantasmi.

“I nostri balli, ve lo dico in confidenza, uccidono l’anima e inaridiscono ciò che rimane dei nostri sentimenti.”

I personaggi gogoliani d’altronde sono torvi, amorfi, immersi in una luce crepuscolare: sono mostruosi e inerti e nelle loro storie tutte le illusioni svaniscono, i legami che ancora li tenevano uniti si sciolgono per costruire delusione, intolleranza e infine indifferenza. Se la speranza ci par quasi che si dichiari, lo fa per conclamarsi poi in crisi.

“Dio, che cosa è la vita nostra! Una perenne zuffa della fantasia colla realtà!”

Malgrado le sue aspirazioni, l’opera di Gogol’ resta dominata dallo sgomento che riflette la perdita della sua fede.

“In che maniera strana e incomprensibile il destino si fa giuoco di noi! Otteniamo noi mai una volta qualcosa di ciò che desideriamo? Raggiungiamo noi mai ciò a cui paiono espressamente commisurate le nostre forze? Tutto invece va alla rovescia.”

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