#librid(a)mare: Belli e dannati, Francis Scott Fitzgerald

Nel 1922 esce il secondo romanzo di Francis Scott Fitzgerald Belli e dannati. Due anni prima, l’esordio, Di qua dal paradiso, aveva fatto sì che Zelda Sayre, di cui si era innamorato dell’estate del 1918, durante una festa da ballo a Montgomery e che aveva esitato ad accettare la sua proposta di matrimonio, questa volta l’accetta. La coppia più rappresentativa dei Roaring Twenties inizia così la sua vita frenetica tra feste, appuntamenti mondani e viaggi all’estero. I personaggi di Belli e dannati sono debitori alla vicenda e alla personalità dell’autore, come i protagonisti di altri suoi scritti.

“Ho voglia di dormire.”
“Dormire?”
“Press’a poco. ho voglia di essere pigra e ho voglia di avere intorno qualcuno che faccia le cose, perché questo mi fa sentire comoda e al sicuro; e ho voglia che qualcun altro non faccia niente perché mi possa tener compagnia. Ma non ho voglia di cambiare la gente che mi sta intorno o di interessarmene.”
“Il mondo vi appartiene, no?”
“Be’… Non credete? Fino a quando sarò… giovane.”

Anthony Patch, ricco ereditiero, rappresenta una velleitaristica rivolta contro le convenzioni vittoriane:

“Non riesco a capirlo. E… è… non capisco perché la gente pensi che tutti i giovani debbano andare in centro a lavorare dieci ore al giorno per i migliori vent’anni della vita, in un lavoro noioso, privo d’immaginazione, certo tutt’altro che altruistico.”

Al suo fianco, Gloria Gilbert, “certa che sulle sue labbra qualunque cosa andava bene.”
In un eccesso di cocktail e whisky, il romanzo sa già del mondo de Il grande Gatsby: è la storia di un deterioramento morale causato dalla ricchezza ma anche una ripresa diretta della vita contemporanea tra il 1913 e il 1914, fino al 1921.

Anthony si lasciò cadere distratto su una poltrona, con la mente stanca: stanca di niente, stanca di tutto, del peso del mondo che s’era sempre rifiutato di portare […] pareva aver ereditato soltanto l’ampia tradizione del fallimento umano…

La decadenza dei due protagonisti viene mostrata fin da subito, sbandierata orgogliosamente e sviscerata in tutte le sue sfaccettature. E’ con la decadenza del rapporto, parallela a quella finanziaria e di status, che lo scrittore dà il meglio di sé:

“Non sapeva che quel suo gesto era di anni e anni più vecchio della storia, che per centinaia di generazioni quel gesto era stato offerto, da un dolore insopportabile e continuo, un gesto di diniego, di protesta, di sgomento, a qualcosa di più profondo, di più potente del Dio fatto a immagine dell’uomo e di fronte al quale quel Dio, se esisteva, era parimenti impotente. Era una verità che sta al centro stesso della tragedia, il fatto che questa forza non offra mai spiegazione, non offra mai risposta, questa forza intangibile come l’aria, più precisa della morte.”

Il lento declino dall’amore infervorato dei primi capricci al fastidio e all’odio del matrimonio in crisi, alle recriminazioni reciproche, alle tante pietre calate nel tempo sui sentimenti provati inizialmente. Anthony Patch è un esempio vivente dei difetti di una vita cinica e inoperosa, arrogante e che si è sempre ritenuta superiore a ogni altra esistenza.
Descrivendo la disillusione dei suoi personaggi, il grande scrittore li dota di una caratteristica che attenua il nostro fastidio: la purezza. Nelle loro convenzioni e nella loro arroganza, i protagonisti sono ingenui e puri.
Pagine che sembrano vere e proprie sceneggiature si intervallano a sottocapitoli che hanno tutte le caratteristiche delle favole.

Bellezza (in un sussurro). Verrò ricompensata?
La voce.
Sì, come sempre: con l’amore.

Fitzgerald sa donare alle parole una luce dorata che brilla però a momenti: dopo, sfumano, confondendosi con una lunga coda di cometa, sempre luminosa e dorata ma dai margini incerti e confusi.

 

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