#librid(a)mare: Povera gente, Fëdor Dostoevskij

“Trent’anni fa ebbe luogo qualcosa di così giovane, fresco, buono, una di quelle cose che resta poi per sempre nel cuore di chi via preso parte […] Era il mese di maggio del ’45. All’inizio dell’inverno avevo cominciato all’improvviso Povera gente, la mia prima novella, non avendo ancora scritto nulla fino a quel momento.”

Non abbiamo abbozzi o frammenti: il romanzo dostoevskiano d’esordio si presenta così come una visione improvvisa, con nulla alle spalle. Tutto, in queste pagine, accade per la prima volta: la prima scala pietroburghese, la prima fanciulla violata, il primo bambino offeso, il primo sognatore innamorato e disilluso dalla vita.

“Ieri sono stato felice, enormemente felice, felice come più non si può essere. Voi, mia ostinata, almeno una volta nella vita mi avete ubbidito.”

Quel che maggiormente stupisce in quest’esordio è il fatto che un’opera di tale maturità e dalla struttura così complessa possa essere stata composta senza “precedenti”. Invero esiste una relazione precisa tra alcune lettere scritte da Dostoevskij al fratello Michail e le lettere scritte da Makar Devuškin a Varen’ka, come se lo scrittore avesse usato la corrispondenza reale come una sorta di “banco di prova”. La polifonia, così definita da Bachtin, della scrittura dostoevskiana trova qui una sua prima manifestazione insieme a una tendenza alla rottura del canone: Makar Devuškin esce continuamente dalle convenzioni letterarie, è imprevedibile e assolutamente innovativa. Va oltre il tratto grafico e nella parola cerca la forma in quanto stile.

“Certo, le lettere sono una buona cosa; almeno non ci si annoia tanto.”

L’intera corrispondenza ha un valore particolare soprattutto per lui: le lettere non sono soltanto il luogo della comunicazione ma anche e principalmente quello della sperimentazione letteraria. Esordisce il timido innamorato, a cui di lì a poco saranno destinati a unirsi il sognatore delle Notti bianche, lo scrittore/narratore Ivan Petrovič di Umiliati e offesi e così via, fino ai Karamazov. Sotto alla levigata superficie dell’idillio tra i due protagonisti, a poco a poco si intravedono scenari inattesi, squarci improvvisi, perché Dostoevskij sta già portando avanti la sua ricerca “dell’uomo nell’uomo”.

“Tutto è in ordine, alla maniera della primavera […] i miei sogni riguardavano tutti quanti voi, Varen’ka. Vi ho paragonato a un uccellino del cielo santo, creato per la consolazione degli uomini e come ornamento per la natura. E allora ho pensato, Varen’ka, che anche noi, uomini che viviamo nelle preoccupazioni e nelle angosce, dobbiamo anche noi provare invidia per la felicità innocente e spensierata degli uccelli del cielo santo […] E per questo scrivo che i sogni possono essere dei più diversi.”

In Povera gente un rapimento si riconnette al mito di Europa, figlia del re dei Fenici che, scesa al mare con le ancelle, vi incontra un toro dall’aria mite e sottomessa che la porta via fino all’isola di Creta, dove assume le sembianze di Zeus e genera con lei tre figli. Il ratto serve a delineare la condizione di smarrimento, di desolazione e di morte nella quale Makar Devuškin si ritrova: non ha perso soltanto l’oggetto di un desiderio, ha perso al propria ragion d’essere in quanto scrittore, il suo pubblico.

“E vivevo soltanto per voi! Lavoravo, scrivevo le mie carte, andavo, giravo, e le mie riflessioni le consegnavo tutte alla carta. Voi, forse, nemmeno lo sapevate. Come può essere che voi ve ne andiate da me?”

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