#librid(a)mare: L’angelo della tempesta, Charlötte Brontë

“Ricordo troppo bene un periodo, un lungo periodo di freddo, di pericolo, di lotta. Ricordo bene che in quel periodo quasi temevo ciò che avrebbe potuto produrre eccitazione: certi fenomeni atmosferici, per esempio, perché risvegliavano in me l’essere che mi ostinavo a tacitare, e suscitavano un grido di desiderio che non riuscivo a soddisfare.”

Fin da giovanissima, Lucy Snowe deve fare i conti con un susseguirsi di tempeste tipicamente bröntiane: l’angelo della tempesta in sostanza è proprio lei, Charlötte Brontë. Tra razionale e irrazionale, un’oscura istitutrice combatte per passare dalla sua condizione di impercettibile e inoffensiva ombra all’acquisizione di sostanzialità, all’affermazione di se stessa e di un rapporto con una società indifferente ai suoi bisogni.

“Come farà a cavarsela in questo mondo? Ad affrontare la battaglia della vita? Come farà a sopportare i colpi e le ripulse, le umiliazioni e le desolazioni che i libri, e la mia stessa ragione, mi dicono che sono in serbo per chiunque viva?”

A Villette Lucy si rifiuta di svalorizzarsi, vuole stabilire la sua voce: non c’è tragedia come ribellarsi al proprio destino.

“Di tanto in tanto spezziamo i vincoli, e dobbiamo farlo, malgrado la terribile vendetta che ci aspetta al ritorno.”

Dipendente al suo padrone, Lucy si annulla, non prestandosi ma dando unicamente se stessa. La verità che deve recuperare, in fondo, le è nota da sempre:

“Non c’è al mondo presa in giro che mi suoni vuota come il consiglio di coltivare la felicità. Che senso ha un avvertimento del genere? La felicità non è una patata da piantare nel terreno e da coltivare con il concime. La felicità è una gloria che ci illumina da lontano, che piove su di noi dal cielo. E’ una divina rugiada che l’anima, in certe mattine d’estate, sente sgocciolare su di sé dal fiore dell’amaranto e dalla frutta dorata del paradiso.”

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