Odi – Sonetti, John Keats

Per quali motivi un italiano potrebbe leggere Keats?

Anzitutto per il linguaggio classico e per la tematica greco-latina: Keats sospira pienamente verso l’antica bellezza. In secondo luogo, in lui ritroviamo la castità e densità del Foscolo dei Sonetti o del Leopardi degli Idilli: in particolare, oltre i domestici, i fratelli e gli amici, Keats coinvolge poeti a lui cari, seguendo un intento intellettuale senza però separarlo dal cuore.

Di questa vita intellettuale fanno parte gli spettacoli della natura, non più sede della vita umana che vi si svolge, né specchio più o meno compartecipe ma unica protagonista nella quale il poeta trasferisce la sua sensibilità.

Quello che subito si annunzia nel primo e celeberrimo verso dell’Endymon,

A thing of beauty is a joy for ever

torna e ritorna, dove esplicito e dove non: l’aspirazione alla Bellezza. La Bellezza che abita il cuore del Keats conosce il dolore, ne è intrisa perché sa che proprio destino è di finire: l’espressione “a joy for ever” lievita di un tremore che umanizza la “thing of beauty“. La Bellezza è niente più e niente meno ciò che colma di sensi umani il cuore, unica risposta possibile a una pena, risorgente consolazione sul destino che passa.

In Italia il nome di Keats iniziò a circolare negli ultimi decenni dell’Ottocento: prima a seguito della moda preraffaelita diffusasi attraverso i suoi testi minori in Inghilterra, poi, più autorevolmente, come preannunziatore del Simbolismo. Fu il giovane D’Annunzio nel Canto Novo (1882) che riportò un’epigrafe dell’Endymion, III, 237:

I shall be young again, be young!“,

io sarò giovine ancora, sarò giovine! Al lettore italiano gli viene così presentata la poesia di Keats: il poeta non assiste a qualcosa dal di fuori ma si immedesima in ciò che guarda e ascolta fino a dimenticarsi di se stesso.

Tema ricorrente: la goduta passività del lasciarsi vivere, come uno specchio che riflette quelle sensazioni e impressioni che accorrono dalle cose e che di lì a pochi anni arriveranno al simbolismo francese. La poesia del Keats, pura nei testi maggiori, tende le braccia alla bellezza effimera della natura e del mondo, trovando in se stessa consolazione.

I testi su cui il poeta studiò da giovane formarono le immagini sempre care alla sua fantasia. Un amore senza possibile esito, non foss’altro per ragioni economiche si aggiungerà al male ereditario della famiglia ed entrambi saranno il travaglio della sua poesia che attinge ampiamente ai poeti elisabettiani come Spenser e Milton fino, andando a ritroso, a Shakespeare e Chaucer.

Ricorrente impulso del cercatore di poesia: ritratteggiare antiche leggende di mortali e dei, in una misura situazionale più o meno ampia. A pari titolo con la materia greco-latina, legittima era l’immaginazione medievale, a lui più strettamente di casa per gli alti boschi e le nobili storie dell’Inghilterra. Il poeta si muove come può, diluendo il racconto in descrizioni paesistiche ed effusioni dei personaggi: i fatti vengono confinati in un presupposto della scrittura per scivolare sui nessi narrativi e accentrarsi su essi. Le composizioni del Keats poeticamente maggiori sono quelle in cui l’impalcatura narrativa cade come estranea alla purezza del tema: i nomi dei miti che vi ricorrono non indicano luoghi o personaggi ma alludono, a occhi semichiusi, al regno della Poesia.

A tu per tu con la fantasia, l’anima nuda del poeta fonde le suggestioni classiche con quelle medievali, meditando su se stesso fra i cari affetti e la morte, come un diario lirico, di folgorante concentrazione ma leggerissimo tocco.

 

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