I fratelli Karamazov, Fëdor Dostoevskij

“Peggio di tutto è che la mia natura è abietta e troppo passionale. Dovunque e in tutto arrivo al limite estremo, in tutta la mia vita ho sempre oltrepassato il limite…”

Così scrisse Fëdor Dostoevskij al suo amico Majkov nel mentre gli confidava la sua furiosa brama di vita e faceva luce sulla sua anima sensibile alle sofferenze del mondo. Figura quindi vicina all’eroe che rappresenta il cuore e il centro de I fratelli Karamazov: Ivan Fëdorovič Karamazov, «Ivan l’enigma».
Non facciamoci abbindolare dall’autore che, con il suo redattore, finge di biasimare il suo alterego appiattendolo: il fatto che il racconto su Il Grande Inquisitore sia pronunciato proprio da Ivan non ci deve essere indifferente.
La leggenda, nota ai lettori come uno dei vertici della letteratura universale, un capitolo bellissimo, un patrimonio umano inestimabile, affronta un grande problema: quello del cristianesimo e del socialismo.
È possibile l’armonia sulla terra?
Cristo ha lasciato un onere all’uomo, quello della libertà: paradossalmente, il potere, prima fondato sulla fede, adesso l’ha sottomessa. L’originario spirito cristiano è andato distrutto dalle cose materiali. Non tornare più, dice l’Inquisitore al Cristo che tace, perché sei scomodo per gli uomini, ormai abituati al tuo simulacro e a ciò che i sacerdoti hanno adattato ai loro bisogni.
Attraverso questo osanna alla fratellanza e alla libertà degli uomini, l’autore auspica che ogni persona oggi, sulla terra, si serva della società per vivere economicamente, giuridicamente e moralmente in maniera equa. Senza la necessaria esistenza di un paradiso, senza che i sacrifici siano trasformati in un domani ingannevole.
Nel giugno del 1839 Michail Dostoevskij, padre di Fëdor, muore ucciso dai contadini da lui maltrattati: secondo alcune testimonianze, il figlio ebbe il primo attacco di epilessia.
Nel libro, il servo Smerdjakov, in odio con l’umanità e convinto che si possa rinnegare qualsiasi cosa sacra, nutrito non dal «cuore elevato» di Ivan ma da qualcosa di mal orecchiato, uccide il padre. Dostoevskij circonda di sospetti uno dei tre fratelli, Mitja e intrappola anche Ivan, accusandolo di coscienza malata: la responsabilità di un’idea è più grave di quella di un azione.
Eppure la teoria di Ivan e l’atto di Smerdjakov sono differenti: secondo la leggenda la parola di Gesù pregnava di fratellanza e uguaglianza e invece la Chiesa la usò per sopprimere gli uomini sui roghi dell’Inquisizione.
È impossibile far tornare indietro il sapere: questo significa che gli uomini dovrebbero essere a favore di armi mortali? O che dovremmo rinunciare alla scienza, allo sviluppo per il pericolo di una degradazione dell’umanità?
È questo il dilemma insolubile di Dostoevskij, come conciliare due delle più grandi aspirazioni umane: la libertà e il bene.
“Sta diventando generale, ai nostri tempi, una grottesca incapacità dell’intelletto umano a intendere che la vera garanzia della propria persona non si raccomanda già agli sforzi dell’individuo isolato, ma all’universale comunanza umana. Ma non potrà a meno di avvenire che scoccherà il termine anche a questo tremendo isolamento e tutti comprenderanno una buona volta quanto contrario alla natura sia stato il loro separarsi l’uno dall’altro”.

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