Città di carta, John Green

Nel 2006 lo scrittore statunitense John Green vince il Pritz Award per il suo primo romanzo Cercando Alaska.

“Pisciare è come leggere un bel libro: è durissima smettere una volta che hai cominciato.”

Due anni dopo, mentre Quentin Jacobsen piscia, per mano del suo fautore Green, pensa questo. Ma andiamo avanti, non è giusto giudicare uno scrittore sol perché crea un personaggio che non sa fare bene le similitudini.
Se siamo infatti appassionati di Youtube John, insieme a suo fratello Hank, gestisce e crea una serie di video in cui tratta di tutto. Precisamente due giorni fa, John ha caricato un video nel quale parla dell’aumento della violenza negli USA (circa il 50% dal 1990); in un altro discute sulla crisi dei rifugiati siriani e l’aumento di questi che, insieme alla gente proveniente dall’Afghanistan ed Eritrea, attraversano il mare con l’aiuto dei contrabbandieri, cercando asilo presso le nazioni europee.

“Quando si discute di rifugiati, spesso sento dire «Beh, non è un problema nostro» o «Dobbiamo prenderci cura della nostra gente». Eppure noi siamo un’unica specie che visceralmente condivide un mondo ormai globalizzato e gli uomini, tutti gli uomini, sono la nostra gente. E quando gli oppressi e gli emarginati muoiono perché sono oppressi ed emarginati, la colpa è del potere.”

Se secondo il Time Magazine John Green è tra le cento persone più influenti al mondo, in Città di carta non dobbiamo immaginarci solo un noiosissimo squarcio dell’adolescenza e del modo tutto suo di innamorarsi. Soprattutto perché in Margo Roth Spiegelman non c’è nulla di adolescenziale: siamo di fronte a una ragazza che canta se stessa, selvaggia e vagabonda, inneggiando la sacralità e preziosità della vita. Margo prova terrore al pensiero di essere risucchiata dal college, il lavoro, il matrimonio, i bambini e tutta quella merda lì.
Ma perché? Il “te l’ho detto, sto leggendo un sacco” non ci basta.

“C’è un sacco di tempo tra quando le crepe cominciano a formarsi e quando andiamo a pezzi. Ed è solo in quei momenti che possiamo vederci, perché vediamo fuori di noi dalle nostre fessure e dentro gli altri attraverso le loro.”

Margo commette un grande errore prima di scappare via: non tenta nemmeno di essere se stessa, di spiegarsi come gli altri la vedono e di confidare a questi come si sente.

 

 

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